I resti romani in Val Cavallina

Una rete museale unica, che racconta diversi aspetti dell’età romana nel Sebino e nella val Cavallina, in provincia di Bergamo. Si chiama Pad, Percorsi archeologici diffusi, ed è il frutto di un progetto iniziato dalla Soprintendenza nel 2013 con lo scopo di valorizzare in maniera integrata il patrimonio archeologico di questo territorio: nel 2016 è diventato anche un’app per smartphone (Iphone e Android), dove si trovano informazioni geografiche e storiche su queste aree archeologiche.

I siti coinvolti sono quattro: la necropoli e l’Accademia Tadini a Lovere, che ospita moltissimi dei reperti ritrovati negli scavi della zona, oltre alla collezione di oggetti antichi accumulata nel corso della sua vita dal conte Luigi Tadini, i resti della villa patrizia di Predore e quelli del villaggio di Cavellas a Casazza.

La valle Cavallina prende il suo nome proprio da quest’ultimo insediamento, che in epoca romana sorgeva nel fondovalle dove ora c’è il paese di Casazza. I detriti accumulati nel corso dei secoli dal torrente Drione – il cui corso ha subito numerosi cambiamenti prima di giungere all’attuale collocazione ad ovest di Casazza – hanno sepolto l’antico villaggio sotto una coltre di materiali alta circa quattro metri. Sotto questa copertura, si sono conservati i resti di un centro che è stato frequentato per cinquecento anni, fino al VI secolo d.C.

I resti dell’abitato sono stati scoperti negli anni Ottanta, durante i lavori di realizzazione di alcuni edifici. Questi sono oggi visitabili in un museo che sorge al di sotto di un supermercato, e che si visita percorrendo una passerella posta sopra i resti degli edifici: dei totem multimediali raccontano storia ed evoluzioni dell’insediamento, mentre su altri pannelli, premendo un pulsante, vengono riprodotte alcune delle cause che ne hanno causato la distruzione.

Gli ambienti emersi dagli scavi – con muri alti in alcuni casi anche oltre un metro – sono di forma quadrata o rettangolare, e denotano un progetto urbano organico, anche se molte tracce rivelano i numerosi cambiamenti avvenuti nel corso dei secoli in cui il sito fu frequentato.

L’edificio scoperto nel sottosuolo di Predore è invece di diverso tipo: si tratta di una vasta villa nobiliare – grande almeno 15 ettari – forse appartenuta alla famiglia nobile dei Nonii: la domus, all’epoca in cui era abitata – tra il I secolo a.C. e il IV d.C. – si estendeva dalle rive del lago d’Iseo fino al monte che sorge alle spalle del paese. La fase costruttiva di cui sono rimasti più resti risale al II-III secolo d.C., epoca in cui parte della villa fu destinata all’attività termale. Le terme erano alimentate da un praefurnium in cui sono state ritrovate ceneri alte circa un metro, segno che questi ambienti furono utilizzati a lungo. Le analisi delle polveri hanno inoltre rivelato che tra le essenze bruciate c’erano anche quelle di olivo: un dato importante che costituisce la più antica attestazione della coltivazione di questa pianta nella zona dei  laghi prealpini.

Oltre alle visite didattiche per gli allievi delle scuole, un altro progetto educativo sviluppato dai membri della rete Pad è quello della “Loan Box”. Si tratta di una scatola pensata per gli insegnanti, che la possono prendere in prestito e utilizzarla durante le loro lezioni. Il kit contiene copie e rielaborazioni di alcuni dei reperti archeologici rinvenuti nella necropoli di Lovere, nell’area archeologica di Casazza e nella villa romana di Predore, o collezionati da Luigi Tadini: riproduzioni di oggetti comunemente impiegati nella vita quotidiana in epoca romana, utili per comprendere le abitudini quotidiane degli antichi Romani.